Da “La mania per l’alfabeto”,
Sironi Editore, Milano
La felicità non è feli-ce.L’infelicità non è in-felice.
(Carmelo Bene)
Michele cambia canale. c’è una fotografia della famosa attrice prima e dopo una serie di interventi di chirurgia estetica. forse la famosa attrice, pensa Michele, avrebbe bisogno di interventi di chirurgia etica. c’è una freccia blu che indica la taglia del suo seno – una seconda – e poi una freccetta rossa che indica la nuova taglia – una quarta //naturalmente//, come direbbe la famosa presentatrice. Michele cambia canale. c’è la bella intervistatrice che porge il microfono alla bellissima stellina, e questa che parla, e dice dove è stata in vacanza, e dice che è stata nel lusso e nel sogno, e dice che con il suo nuovo compagno ha trovato //la felicità//. a questa parola l’intervistatrice sembra andare in tilt per un momento, come se dentro fosse fatta di fili, viti, bulloni, e quella parola avesse mandato tutto in cortocircuito – come se fosse un dato che non potesse venire accettato oppure un dato senza senso. anche la bellissima attrice dopo che ha pronunciato //felicità// si è subito corretta con //contentezza//, ma ormai sembrava che queste due parole facessero fare dei contatti strani con i fili dei circuiti interni, e la bella intervistatrice si volta verso la telecamera e… Michele cambia canale. in basso a destra del suo televisore cinquanta pollici vede scorrere il display dei numeri del canale. tiene premuto il tasto del telecomando che fa scorrere i canali in automatico. Michele lo fa spesso. osserva le immagini per un secondo, a volte mezzo secondo. pensa che anche le immagini sono come i suoi pensieri – la sua irrequietudine davanti ai suoi pensieri – la sua indecisione – la sua inca-pacità di scegliere. Michele sente un: “Matthew!”. un: “quattromila euro!”. un: “garantendo”. un: “incredibile”. un: “zaaang!”. un: “magnificamente”. un: “il prossimo”. un: “dannato aggeg-gio”.
(…) E’ la scrittura la mia sofferenza e la mia diversità (dopo dodici anni questa è la mia conclusione) ed è la scrittura che rende diverse e sole tutte le persone che scrivono. queste persone possono anche ribellarsi e dire che loro non sono diverse oppure che non sono sprofondate nella solitudine e nella sofferenza. però non è così. (potrei dire che //per me// non è così; ma ha forse senso che scriva //per me// se quel che penso, penso che riguardi a tutti?), e stare in mezzo agli altri non serve – non elimina la di-versità. le persone che scrivono sono piccole divinità (creano un mondo) e quando le piccole divinità finiscono in mezzo agli altri, sono sempre arruffate, malconce, particolarissime. possono essere bellissime piccole divinità oppure bruttissime, possono essere simpaticissime o antipaticissime, possono essere omosessuali, erotomani, iettatrici, stupidissime, intelligentissime, santissime, crudelissime, sono comunque piccole divinità e per questo sono sempre arruffate, malconce, particolarissi-me. sono diverse e per la diversità non c’è un tratto specifico o un nome – ma tratti generalissimi (arruffate, malconce, particolarissime) e impressioni severissime (di una piccola divinità l’occhio cerca i difetti che provino e lo rassicurino che piccole divinità non esistono – la demitizzazione è il solo modo di comportarsi davanti al mito; mentre la mitizzazione è il solo modo di comportarsi davanti a qualcuno o qualcosa che un mito proprio non è). per questo di volta in volta la diversità prende mille tratti specifici e mille nomi.
Perché allora scrivere se scrivere è diversità, sofferenza, solitudine?
Perché scrivere se scrivere è fornire una rappresentazione infettata?
Perché scrivere se scrivere è pretendere di curarsi con la propria malattia?
Perché la scrittura è un demone e davanti un demone non si può fare molto.
Il demone ci pretende.
Non possiamo sottrarci al demone.
Non lo vogliamo.
Ognuno sceglie il suo demone.
Questo è la felicità. La felicità è scegliere la propria dipendenza.Il proprio demone. Il demone che ci pretende è il nostro buon demone.
La nostra felicità.
Marco Candida © Copyrigth 2008