Camera Picta e Teoria Humanitatis

una doppia personale fra suggestione e riflessione

 

Anna Madia e Alessandra Rosini, “Camera Picta” e “Theoria humanitatis”: il fuoco dell’emozionalità e il logos del ragionamento, il trionfo del colore simbolicizzante e coagulante e la centralità della forma strutturante e analizzante, l’epos dell’incanto lirico e l’iconicità ipnoticamente dominata. Una doppia personale di due suggestive pittrici ricche di profonda narratività e di appassionata padronanza del linguaggio pittorico. Un evento doppio, quasi ternario con il tema di sintesi del titolo comune. Artiste estremamente differenti, quasi complementari, ma entrambe sintetizzanti un complesso equilibrio fra ricchezza immaginativa e ideativa, istinto espressivo e lucido controllo della composizione. Anna Madia realizza veramente una rinascimentale “Camera Picta”, quasi committente di se stessa nella propria Opera, cioè un ambiente intimo e unico che svela tutta la personalità del proprio immaginario interiore. Fanciulle solitarie perse nei loro pensieri carichi di sogni e affetti, sguardi indecifrabili e magici, stanze dense di segni e di simbolica sottile corporeità. I visi poi appaiono più nitidi e più catalizzanti rispetto alla fascinosa “aura” in cui sono immersi (di cui non sai se ne sono  emanazione o matrici generative) in cui il cuore pittorico si libra più selvatico e sfuggente, più fisico e teso. Una pittura di respiro e di assorto silenzio che ci dona apparizioni femminili intessute di una disposizione interiore così raccolta e intima da sembrare quasi contemplativa. Non siamo invitati ad entrare in questa Camera affettiva: già ci troviamo in essa involti e ce ne stupiamo, e non vorremmo più farne a meno, stentiamo ad uscirne! Una lentezza sorniona, maliziosa e candidamente ingenua nel contempo, ci attrae e ci indugia nei morbidi dettagli dei volti, castamente seduttivi, mentalmente ammalianti, mentre la mente riposa nelle semplificazioni dei corpi e degli elementi descrittivi. Ma nulla sembra veramente descrittivo quanto illustrativo di mondi tanto semplici e tersi quanto tremendamente profondi e misteriosi. Pittura di silenzio, di gesto coloristico e di ritmo musicale, dove la sospensione del tempo si fa sfocatura contemplativa e la discrezione interiore timbro espressivo.

Un mistero che desidera restare tale nel suo delicato svelarsi, un sogno sincero che palpita di vita propria.

 

Alessandra Rosini ci espone una successione (theoria) di umanità pensose, enigmatiche, sensuali, asettiche, timidamente impositive. Oggi nella pittura contemporanea si parla spesso di “icone” della modernità o della postmodernità o di “icone neopop” ma si tratta quasi sempre di un abuso di terminologia dovuto ad una moda definitoria, la quale, come tutte le mode, appare semplicistica, riduttiva e superficiale. Per le opere di Alessandra Rosini invece il nome di “icona” appare appropriato. L’iconicità di un opera infatti non è data solamente dalla staticità e centralità delle figura, nè dalla sola profondità dello sguardo, ma dalla viva tensione fra tre fattori: “immagine”, “irradiazione” di senso, e “somiglianza” con un “arche-typos” o, nella caotica ricombinazione attuale delle categorie, con almeno l’idea di un “typos” o modello. Questa espressività ternaria è presente in Alessandra, anche nelle suggestive ed innovative opere tattili: l’intensa narratività della visione, l’efficacia emblematica, come autorivelativa, dell’immagine manifestata, e l’idea di un misteriosa unicità e unità originaria da cui promana l’opera quale uno dei racconti possibili, vero e impositivo in quanto attuale e discorsivo. Nello specifico le sue opere tattili si arricchiscono di un nuovo valore aggiunto: il plurilinguismo. La molteplicità dei codici espressivi non è solamente data dall’acuta idea di coniugare il braille con la pittura ma, più profondamente, dalla sinestesia vivace fra la struttura dei visi e il dialogo con e della posizione delle estroflessioni. Siamo di fronte ad una “logica di posizione” come negli scacchi. La più varia e enigmatica successione di anime flirta con un linguaggio braille che si fa anche metalinguaggio, rete di codici segreti, i quali velano e ri-velano quella ricca e intima umanità a cui invitano e attraggono. Opere “formative” e non solo performative: realizzate non tanto per stupire quanto per veicolare un valore etico inscindibile dalla bellezza estetica della sua espressività. Un dolce e poetico sussurro che attraversa il nostro solipsismo e ci risveglia con il linguaggio vivo e vivificante di chi fisicamente non vede.  Perfettamente lucida si rivela Alessandra nella sua poetica: il “tangibile” quale eloquente simbolo, quale via di ritorno alla realtà dell’umano: ciò che noi che crediamo di vedere stiamo perdendo nel nostre colpevole autismo. La magia della pittura quale velo per custodire il prezioso pudore della felicità, per aprire gli occhi dell’anima al gusto della bellezza del mistero del vivere.

 

Giacomo Maria Prati

© Copyrigth 2008
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