Il pudore della felicità

Il  coraggio di una parola

Giacomo Maria Prati

Dio mio, ci vuole così poco per essere felici

poiché la felicità è dell’idea

mentre l’infelicità è della vita  

 “ I bei momenti ”  Enzo Siciliano

 

Felicità: mai parola fu più ambigua e scomoda, abusata e obliata, esaltata dalle utopie e dalle fedi e gestita con imbarazzo e goffaggine da una ragione che non riesce a razionalizzarla! I greci la chiamavano: edudaimonìa. Nella civiltà di Roma invece la scomoda parola riemerge curiosamente più quale quale aggettivo che come sostantivo: “Campania felix” ad esempio; quasi una sinonimo di “victrix”. Il Cristianesimo convertì l’elitario e statutario “felix” in “laetus” instaurando nella prassi una nuova concezione rivoluzionaria: la “gioia”, momento sorgivo e assoluto, condivisione quotidiana di più piani dell’essere, senso di totalità e pienezza nella semplicità. La “tempesta romantica” ottocentesca esaltò dapprima l’ebbrezza dello scatenarsi degli elementi e delle passioni per poi languire inaugurando il primo sentimentalismo di massa, simulacro dell’idea di felicità. Dal Werter al coro del brindisi della Traviata e dalla Traviata si declina fino al culto tacito dell’osteria. Dall’eudaimonia all’utopia e quindi all’insensibilità cinica del conformismo psico-reattivo.

Oggi, crollata ogni idea ”sistemica-collettiva-organica” di felicità e svanita ogni corrente culturale trainante e generativa di nuove accezioni-maschere del “pensiero sulla felicità”,  assistiamo con stupore al diffondersi di un nuovo pudore, pericoloso e affascinante nel contempo: “il pudore della felicità”, la ritrosia generale cioè ad esprimere e gestire l’emozionalità e sensibilità interiore più profonda, degno controaltare dell’esibizionismo retorico dei “fantasmi del sentimento” programmato e imposto dai mass media e dal cinema. 

Oggi nel contempo il mito del XXI secolo potrebbe tornare ad essere la bellezza. Non certo negli e per gli stereotipi commerciali deificanti della quale sono parodia di consumo, ma proprio per la potenza dell’arte in generale, e della pittura in particolare, a manifestare ciò di cui la parola ha perso legittimazione. C’è un vuoto linguistico e rappresentativo che la pittura può simbolicamente colmare. Evaporata l’egemonia della parola, può risorgere il predominio valoristico dell’immagine

Possiamo registrare un rapporto di proporzionalità inversa fra svuotamento del senso del pudore fisico e potenziamento del pudore riferito ai mondi interiori, sempre più avvolti da un enigmaticità individuale generalizzata. I due pudori si estremizzano, centrifugamente e centripetamente, generando un nuovo fascino sottile e interiore. Il pudore della felicità genera una nuova sacralità degli affetti e dei sogni, fatta di silenzi, volti e posture, che resta intatta e misteriosa pur attraverso le più forti passioni e la più sensuale fisicità.  

Gli sguardi poeticamente obliosi delle giovani donne colti da Anna Madia, sguardi che ammaliano con una manias emozionale fra  sensualità e sentimentalità, i volti assorti ed enigmatici di Alessandra Rosini, ci parlano di un sottile filo che conduce ad un varco, ad una possibilità che resta aperta, ad una vivibile seppur misteriosa serenità. Più si satura l’immaginario con la reificazione delle rappresentazioni più si generano nuovi mondi delicatissimi di sensazioni sottili e sensibilità spirituali, che da una parte urgono di rivelarsi cercando linguaggi come il colore e la pittura per lasciare allusioni e segnali, dall’altra si autoconservano felicemente nel loro incanto insolubile. La serenità infatti si può conquistare con la disciplina e la volontà ma la “felicità” è segno di una magia imprevedibile, di una potenzialità ineffabile di cui sfuggono i termini di origine e destinazione, di un mito che si autofonda. Una volta proferita quella fatidica parola essa stessa quasi ci infastidisce, in quanto coinvolge e implica un senso totalizzante di unità, coinvolge il valore assoluto della vita e delle sue rappresentazioni verso il quale restiamo impreparati e balbettanti. Un mistero verginale, suscettibile e delicatissimo, sacro in quanto invitante ma pure pericoloso, si agita dentro questa evocazione. Come un gioiello prezioso si conserva in un adeguata custodia, e non solo si “usa” indossandolo, ma ancor di più si contempla e si vive affettivamente e simbolicamente, così il mithos vivo e perenne della felicità richiede l’ occultamento di veli estetici e un silenzioso rispetto. Ecco perché la pittura figurativa contemporanea, nel forte ritorno del ritratto iconologico e situazionistico, archetipo senza copie né calco, riesce con particolare efficacia e suggestività a farsi veicolo di questa intrigante dimensione esistenziale in cui siamo immersi. Additrittura Monique Selz parla di una “dittatura della trasparenza” e della conseguente rivalutazione del pudore, in particolare il pudore mentale e interiore, quale luogo della libertà e dello sviluppo umano, mentre la psicoanalisi parla addirittura di “pudore del pudore” ed ne esiste perfino una definizione nominale precisa: “ereutofobia”  che in certi casi potrebbe essere segnale di “psiconevrosi ossessiva”, ma la stessa psichiatria lo rivalorizza pure quale segno di una connessione costruttiva. Esisterebbe un nesso intimo e ancestrale fra  senso del pudore e una conoscenza profonda di sé e della vita. A questo esito “schizofrenico” ha portato il culto di massa delle pulsioni e degli atteggiamenti: repressione della sentimentalità come di un corpo invisibile che non si vuole lasciare reificare e banalizzare, e una nuova “paura di arrossire”, segno di imperdonabile “debolezza”, e non più segno di vita. Alla fine del litorale novecentesco della dissacrazione e della demitizzazione scopriamo quindi una preziosa baia inesplorata dove emerge delicatamente il mithos originario, anzi l’aspettativa di una nuova mitologia dell’anima, ancora senza nome ma fertile di immagini, il senso della compresenza senza tempo dell’età dell’oro, della fanciullezza eterna dell’anima, che ora scivola quale possibilità di vita intima e individuale futura. Il regno tirannico della riproducibilità non può che obliarsi nel segno enigmatico dell’attimo di luce che oltrepassa le opposizioni nominali. Saturno  ritorna! Che sia estasi irrazionale, che sia un esplosione effimera, che se ne parli quali conquista esoterica, gli “eroici furori” di Giordano Bruno, quale attingere cioè ad uno status che esiste indipendente da chi lo vive, che si presenti  colorata-mascherata dai classici “assoluti derivati” quali “amore” “benessere” “ebbrezza” “follia”, comunque la felicità permane quale postulato implicito di ogni tensione ideale e di ogni animazione e configurazione estetica, anche quando ne risulta dialetticamente negata, obliata o contestata. 

 

Ecco quindi il peso culturale specifico di questo evento: dall’ambigua ritrosia dell’abisso a farsi parola ad un nuovo ambiguo coraggio che vive di immagini ! Un  nuovo eden di sensi interiori in cui non si cade ma si fluttua, dove lo sguardo penetra dolcemente universi nel suo assoluto abbandono. Siamo invitati ad accostarci, in punta di piedi, in una stanza tiepida e sorprendente, viva, che  fa cambiare pelle all’anima e scioglie i ricordi nel presente del sogno accarezzato. Anna Madia e  Alessandra Rosini ci iniziano al nuovo fascinoso e intrigante “pudore della felicità”.

 

 

Giacomo Maria Prati

© Copyrigth 2008
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